U n a w a r e – A c t o r

– WORK IN PROGRESS –

PRIGIONE: “La prigione, formalmente istituto di detenzione e pena, colloquialmente penitenziario o carcere e, con inflessione dispregiativa, galera, è un luogo, normalmente sotto l’amministrazione diretta dello Stato, in cui sono reclusi individui resi privi di libertà personale in quanto riconosciuti colpevoli di reati per i quali sia prevista una pena detentiva. Giuridicamente il sistema penitenziario è tipico di una società organizzata secondo diritto, che necessita di luoghi dove isolare i trasgressori delle leggi che in tal modo scontano le pene loro comminate. “

GIARDINO ZOOLOGICO: “Il giardino zoologico o parco zoologico, più comunemente chiamato Zoo, è il luogo dove vengono esposti al pubblico, rinchiusi all’interno di gabbie, gli animali esotici. Generalmente sono considerati luoghi “ricreativi”, specialmente per le famiglie, ma essi, secondo numerosi studi, svolgono anche una funzione nel campo dell’educazione naturalistica e ambientale, e nella conservazione della biodiversità.”

Z O O

L’origine dello zoo è antica. Re e uomini facoltosi li ostentavano come simboli di prestigio e di potenza. Esibire animali feroci o esotici in gabbia, e quindi sottomessi, rappresentava, fin dai tempi degli Egizi, una manifestazione di supremazia sulla natura e un segno di ricchezza. Come altre forme di violenza, nei corso dei secoli, la cattività ha vissuto un incremento notevole, a causa dello sviluppo delle nuove tecniche di cattura e di trasporto. Poco, invece, è cambiato nella sostanza e negli intenti. Gli zoo solo luoghi in cui gli animali sono detenuti ed esibiti a scopi commerciali: oggi come allora. Conservazione della specie, ricerca scientifica e didattica. Si tratta delle finalità dichiarate da giardini zoologici, bioparchi, parchi faunistici e zoosafari e che ne giustificano ancora l’esistenza. Nonostante i presunti o reali scopi addotti da queste strutture, rinchiudere animali in ambienti artificiali non congrui alle loro esigenze di specie (spostarsi liberamente, cacciare, nascondersi, accoppiarsi, giocare) fa sì che questi luoghi siano a tutti gli effetti delle prigioni. Questa logica e tutte le mosse commerciali per attirare sempre più visitatori, mettono a nudo la vera natura di questi luoghi: il business.

Le condizioni di prigionia portano questi animali a un’alienazione mentale e fisica, visibile anche nei movimenti e nel comportamento se s’impara a osservarli con attenzione.

Riuscendo ad abbandonare l’abitudine di ammirarli come esemplari che non riuscirebbero ad incontrare se non in uno zoo, si capirebbe che è immorale la loro reclusione solo per permettere all’uomo di guardarli comodamente e ci si renderebbe conto dell’enorme sofferenza per una triste vita fra le sbarre. Numerosi sono i casi citabili a dimostrazione dello stress in cui incorrono gli animali negli zoo. Felini che ripetono esasperatamente lo stesso percorso da un lato all’altro della gabbia, volpi con muscoli atrofizzati e disturbi psichici, antilopi che, fiutando gli animali vicini, si gettano ripetutamente contro le sbarre fino ad uccidersi, aquile che eseguono volo da un estremo all’altro della voliera, animali che si strappano a morsi gli intestini, che danno testate contro il muro, che si artigliano le code, che si rompono le corna nel vano tentativo di liberarsi ed altro ancora.

In Italia non vi sono riferimenti normativi specifici che riguardano gli zoo. Le uniche disposizioni sono quelle della Comunità Europea, emanate il 29 marzo 1999. Per l’Unione Europea i giardini zoologici devono svolgere una funzione scientifica (istruzione, ricerca, salvaguardia della biodiversità). In Italia invece una buona parte degli zoo è considerata “attrazione da parco di divertimento” e rientra nella normativa relativa agli spettacoli viaggianti, anche se si tratta di strutture fisse.

Nel mondo oltre un milione di animali (250.00 mammiferi, 350.00 uccelli, 75.000 rettili, 25.000 anfibi, e 300.000 pesci) è rinchiuso a vita nelle gabbie di diecimila zoo, di cui quasi cento si trovano solo in Italia (60 zoo, 19 zoo safari, 2 terrari, 4 delfinari e 9 acquari). Anche se condannati a una vita in cattività, negli zoo gli animali sono forzati a riprodursi poiché ogni nuovo nato è un cucciolo da esporre e pubblicizzare.

Gli individui più vecchi vengono invece abbattuti perché in sovrannumero o rappresentanti di specie meno attrattive.


Come succede per gli zoo, anche negli acquari e nei delfinari gli animali sono tenuti in condizioni di sofferenza e di prigionia Sono centinaia, in Italia, gli acquari e i delfinari. Queste immense prigioni di vetro, plexiglas e acqua dolce e marina spesso vengono accettate in quanto presunti “laboratori” di conservazione e di studio della biodiversità. In realtà il business acquario si sposa con un affare ancora più grande: l’aquariofilia, a spese di centinaia di migliaia di pesci ed altri organismi acquatici.

Gli acquari pubblici sono oggi la più remunerativa invenzione dell’industria Zoo.

Rispetto al giardino zoologico, l’acquario si presta molto meglio nel rappresentare il cosiddetto “zoo senza sbarre”. Questa tipologia di zoo, già realizzato oltre un secolo addietro, non permette di indignarsi per la bruttura trasmessa dai visibili sbarramenti, che impediscono agli animali di essere liberi. Il visitatore del “nuovo” zoo-bioparco non vedrà gabbie e rimarrà così soddisfatto dalla sensazione di trovarsi immerso nello stesso contesto spaziale che include gli animali. Per potere essere realmente partecipe del luogo ove si trova, ossia all’interno di uno zoo, il visitatore dovrebbe essere inserito nello stessa area di contenzione dell’animale. Sono i confini di questa ad essere nascosti. Il visitatore non vedrà mai i fossati ed i cavi elettrici che delimitano la prigionia: gli sembrerà quasi di trovarsi, nel sentiero che attraversa, senza alcuna apparente delimitazione spaziale, nello stesso ambiente condiviso degli animali. L’apparente contatto diretto renderà eccitante la visita. Non a caso i moderni zoo-bioparco hanno voluto ancor di più accentuare l’impressione di un contatto diretto, proponendo di nuovo delle barriere, come alti recinti murati, interrotte però da frequenti e ampie vetrate. Il pubblico, così, potrà stupirsi ancor di più di una visione ravvicinata, come se si trovasse innanzi una sorta di eccezionale iperrealistico televisore. Sarà garantita una visione rilassante, come nel caso di un gruppo di scimmiette contornate da finte rocce e cascate di acqua ripompata, oppure stupefacente come nel caso del passaggio ravvicinato di un grosso leone. La vetrata, recentissima invenzione degli zoo-bioparchi, rappresenta in tale maniera le stesse sensazioni che susciterebbero un gruppo di pesciolini tropicali circondanti da una verde e delicata vegetazione oppure il passaggio di un grosso squalo appena sopra la testa del visitatore.

L’acquario così come lo conosciamo da decenni è sempre stato di vetro. Non ha mai indignato come sono riuscite a fare le gabbie di metallo. Nasce più di recente rispetto agli altri zoo perché lo sviluppo tecnologico glielo ha consentito solo a partire dagli anni ‘70. Prima di allora vi erano gli acquari storici e l’acqua era continuamente pompata dal mare, come ancora qualche acquario continua a fare. A prescindere dalla loro origine, gli acquari sono tutti accomunati dalla pressoché totale assenza di informazioni sui luoghi di provenienza degli organismi chiusi in vasca, sui dati della mortalità durante il trasporto e durante l’acclimatazione, sulla vita media degli animali prigionieri, né diffondono notizie sulle cause della morte degli animali. Queste ed altre mancanze contribuiscono a creare un facile consenso, spesso ulteriormente addolcito, per il privato gestore, dall’ampia contribuzione pubblica. Gli acquari, negli anni, hanno sviluppato nuove figure professionali, specializzate nella cattività degli animali. Gli enormi interessi economici, che spesso gravitano attorno ad essi, li hanno fatti salire, in alcuni casi, ai primissimi posti delle classifiche mondiali di affluenza nei parchi di divertimento.

Gli zoo – e le strutture quali bioparchi e simili – non servono a raggiungere gli obiettivi che sarebbero alla base della loro esistenza. Non hanno una reale utilità per quanto riguarda la tutela delle specie a rischio. Gli animali esotici presenti negli zoo, infatti sono una piccolissima percentuale, appena il 2 per cento, delle specie in pericolo secondo lo IUCN, e gli animali allevati in cattività non sono adatti ad essere reintrodotti nell’ambiente. La ricerca scientifica si può definire parziale in quanto non fornisce dati utilizzabili in senso assoluto poiché, essendo riferiti alla cattività, non corrispondono alla vita naturale. Lo scopo educativo non è positivo e, soprattutto per i giovani, contribuisce a formare un’idea erronea degli animali selvatici e a riproporre una visione antropocentrica del rapporto tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi, con possibili convinzioni erronee che potrebbero permettere atteggiamenti negativi nei confronti degli ambiti naturali vegetali e animali. Invece è possibile dimostrare obiettivamente, e in misura sempre maggiore, che le condizioni causano inevitabilmente una condizione di stress e quindi di sofferenza per gli animali. Le etoanomalie presenti, soprattutto stereotipie e apatia, il tempo di sopravvivenza minore in cattività che in libertà e l’alta mortalità infantile, la presenza di forme patologiche sono elementi che confermano le negatività per i selvatici di vivere in stato di confinamento. A tal proposito si deve rilevare come tali criticità non siano adeguatamente conosciute e pubblicizzate sia tra la popolazione sia tra gli amministratori pubblici. A ciò si deve aggiungere che la tecnologia odierna permette di osservare gli animali con altri mezzi e strumenti che forniscono elementi di conoscenza ben più approfonditi e reali di quella possibile nelle strutture dove gli animali vivono confinati. Complessivamente pertanto appare del tutto superata l’utilità di tali strutture e pertanto si deve operare affinché si giunga al riconoscimento della loro obsolescenza e quindi alla chiusura.

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